giovedì 29 agosto 2013

TECNICHE E STRUMENTI.....




Per metodi qualitativi si intende un insieme di tecniche utilizzate in ambito disciplinare, in primis ricerca sociologica senza l'ausilio di formule, modelli matematici
Il principio di base, per gli studiosi che fanno uso di tale insieme di tecniche, è che non è importante descrivere o prevedere qualcosa in relazione a grandi numeri, quanto piuttosto voler indagare in modo molto approfondito un singolo aspetto, caso, questione, cercando di ottenere quante più possibili informazioni in merito, considerando anche dimensioni che non potrebbero essere considerate con tecniche quantitative, come per es., il linguaggio non verbale, emotività e via dicendo.
Rientrano nei metodi qualitativi le seguenti tecniche/strumenti:
  1. interviste strutturate, semi strutturate e non strutturate
  2. osservazione partecipante
  3. osservazione a distanza
  4. focus group
1) L'intervista è uno degli strumenti più importanti del metodo qualitativo. Seguendo una traccia di domande predefinita, dove il margine di autonomia dell'intervistato (o informatore) è nullo, si dice che l'intervista è "strutturata". Seguendo una traccia predefinita, ma permettendo all'intervistato di muoversi in modo meno limitato, quindi senza seguire in modo stringente la traccia, si dice che è "semi-strutturata". Quando l'informatore ha ampio margine di libertà, perché l'intervistatore pone una o due domande senza interrompere, si parla di intervista "narrativa" o "non-strutturata". 
2) L'osservazione partecipante è una tecnica molto importante tipica dell'antropologia culturale che vede il ricercatore immerso nel contesto da lui studiato. L'osservatore partecipa attivamente alla vita quotidiana della società che studia, del gruppo che indaga, si finge parte integrante di esso, ne osserva le dinamiche dall'interno e si sforza di individuare, comprendere e spiegare, i meccanismi taciti e le regole/norme che determinano l'agire dei soggetti.
3) L'osservazione a distanza è una tecnica di osservazione che non prevede la sovrapposizione dei ruoli di ricercatore con membro effettivo del gruppo/società in oggetto di studio. In questo modo si mantiene un distacco cognitivo ed emotivo rispetto all'oggetto di studio, salvaguardando, per quel che è possibile, l'idea di "oggettività" che, a detta dei critici degli approcci di osservazione partecipante, rappresenta il più importante punto debole dell'approccio qualitativo.
4) Focus group: c'è un moderatore che propone un argomento di discussione ad un gruppo di persone (5-12 al massimo) scelte sulla base di caratteristiche attinenti alla ricerca che si sta svolgendo. La discussione è ripresa da telecamera, per analizzare anche tutto l'aspetto di, e per cogliere le dinamiche di gruppo che si vengono a creare. Il ruolo del moderatore può essere più o meno attivo.

mercoledì 28 agosto 2013

Intervista narrativa a Pepita Vera Conforti






La prima intervista effettuata si è svolta con la formatrice Pepita Vera-Conforti il 12 maggio 2006 alle 11.30. Essendoci date appuntamento all’interno del Lifi Pepita ci ha proposto una saletta riunioni accanto alla sua postazione di lavoro usuale che però resta uno spazio di lavoro condiviso e quindi non molto intimo e silenzioso. La saletta riunioni era invece un setting appropriato e di gradimento dell’intervistata stessa che ce lo ha subito proposto come spazio a lei più congeniale. Anche la semplice disposizione intorno ad un tavolo rettangolare non è stata però delle più semplici. Avendo inoltre deciso che sarebbe stata solo una di noi a porre le domande, le altre due hanno fatto da uditori e supervisori del lavoro della collega, sentendosi libere di porre delle domande alla conclusione dell’intervista ed abbiamo optato perché fosse la intervistatrice che faceva le domande a stare di fronte all’intervistata, cercando di non creare né un effetto di accerchiamento né di eccessiva distanza con la narratrice, cercando anche di occupare spazialmente l’angolo di comunicazione privilegiato cercando di applicare al meglio i fondamenti di psicologia spaziale. L’intervistata da canto suo si è dimostrata subito disponibile e collaborativa e non ha mostrato eccessiva emozione né alcun disagio alla vista di ben due registratori mp3 pronti ad immagazzinare le sue memorie. Abbiamo potuto così cominciare a registrare fin dalla spiegazione in breve dello scopo dell’intervista e della sua modalità di svolgimento e dopo aver risposto ad una richiesta di delucidazione su di un aspetto procedurale da parte della protagonista, che si è dimostrata fin dal principio molto attenta ed interessata, ha avuto luogo l’intervista narrativa vera e propria che è durata circa un’oretta. Qui di seguito sono riportati alcuni spezzoni rilevanti rispetto all’esperienza della modalità dell’intervista narrativa ed all’emergere di aspetti significativi per la protagonista attraverso le storie raccontate dalla medesima:


L’EVOLUZIONE PERSONALE ENTRO UN ORIZZONTE CONOSCIUTO “Allora ho messo più elementi perché non è mai un elemento solo che ti spinge a fare una cosa e diciamo che in un certo periodo della mia vita si sono messi in moto tutta una serie di motivi: uno, dicevo, da qualche parte il ragazzo cresceva e quindi c’era la necessita, la spinta di dire “mi rimetto in gioco dal punto di vista professionale”, dall’altra comunque una direzione (presa)5, comunque ho frequentato scienze della educazione per cui andavo nella direzione della formazione, per cui da qualche parte che è sempre stato il punto di contatto con quello che ho fatto a livello professionale. Dall’altra le nuove tecnologie, sicuramente mio marito mi ha introdotto in questo mondo perché è sempre stato un autodidatta, voglio dire, ha fatto anche lui la magistrale ma quello che ha a che vedere con la programmazione, con la la... internet le nuove tecnologie, è sempre stato un bravo autodidatta e ha imparato da solo, quindi mi ha un po’ introdotto (...) e da un lato comunque da sempre, cioè da quando ho 14 anni, quando cominci a farti delle domande, la questione di genere ha sempre giocato in modi diversi. Da una parte il momento rivendicativo di opposizione il momento di di denuncia, ecco passando da questi aspetti che son la storia di questi ultimi 30 anni, questi momenti storici e culturali, da qualche parte sono arrivata alla conclusione che bisognava trovare altre strade, altri modi, insomma...che non entrassero in un conflitto ma insomma che permettesse alle paro(le)...alle persone di esprimere quello che poi sono, riconoscendosi però come generi femminili ecco per cui da qualche parte combinare questi diversi modi che poi adesso abbiamo (nel progetto/i) è per me un sogno ecco un sogno realizzato veramente.”

Possiamo notare come per Pepita il cambiamento sia giunto per un bisogno personale di crescita ad un certo punto della sua vita, senza però stravolgerne le basi significative anzi facendo tesoro delle esperienze pregresse. Qui è rilevante il suo tentativo di definire le scelte che l’hanno spinta ad evolvere delineando come elementi chiave i molteplici aspetti di influenza (interessi personali, riflessioni sulla questione di genere e sul femminismo sin dalla fanciullezza, le scelte professionali, il contesto sociale, culturale e storico di riferimento) e le sue relazioni significative più intime (marito, figlio che cresce). Si nota subito in che modo e perché l’approccio di ricerca qualitativa si traduce in strumento di apprendimento e sviluppo della persona (Schoen, 1993): fin dal principio grazie alla modalità narrativa Pepita riorganizza il suo vissuto e cerca di darvi un senso per far emergere attraverso la molteplicità degli avvenimenti l’unità del suo Io e per chiarirne l’evoluzione. La formatrice riflettere mentre racconta e così comprende che è proprio
grazie alle esperienze vissute, ai percorsi intrapresi, alle riflessioni passate ed al contesto in cui è immersa, che oggi è una persona con una certa sensibilità ed apertura al cambiamento, vivendo in prima persona una spinta verso l’esplorazione della zona prossimale di sviluppo (Vygotzkij, 1980). Un altro aspetto rilevante è il suo sentirsi realizzata nel lavoro, avendo potuto applicare le sue energie e sforzi lavorativi (i progetti Arianna e Wisegirls) ad un campo di riflessioni che sono una costante per lei fin dalla prima giovinezza (ad esempio la questione delle pari opportunità), dandovi una forma concreta di sviluppo. Ciò che emerge con una certa ricorrenza nel corso della narrazione è anche un altro importante aspetto, legato alla domanda di cosa sia davvero importante per l’intervistata nel suo lavoro:


DIMENSIONE RELAZIONALE “Allora diciamo, io ho elencato famiglia, marito quindi c’è un elemento che non ho ancora citato... che ad un certo punto questo è stato possibile perché per alcuni motivi molto, ogni tanto dico magici, alchemici, non si sa bene perché, ci siamo trovate con Giuliana, Paola io e c’erano anche altre persone che però per motivi diversi avevan lasciato. È chiaro che questa combinazione, queste esperienze molto diverse anche magari nelle aspettative... però ci siamo trovate e a quel punto il fatto di poter condividere queste idee questo modo di agire di procedere è stato certamente una delle spinte più importanti per cui se voglio dire quel che conta per me adesso del lavoro è poter... poter lavorare con loro ecco, forse questa è ancora una caratteristica femminile no? Il fatto di di mettere comunque al primo posto le relazioni, di lavorare con persone con cui stai bene, con le quali puoi aver conflitti, -non sempre siamo d’accordo ma sappiamo che abbiamo sufficiente fiducia l’una dell’altra da poter trovare assieme delle soluzioni e delle vie di di... da percorrere assieme

Pepita anche durante la revisione della trascrizione insiste molto su questo punto: l’importanza della relazione e del senso di appartenenza per un buon funzionamento di una equipe, del suo team. Il senso di condivisione di progetti, idee emozioni pur avendo background diversi e differenti aspettative le fa comprendere che ciò a cui lei si sente intimamente di dare più importanza non è tanto il contenuto del lavoro, gli oggetti e gli obbiettivi a cui i progetti si applicano ma è la stessa relazione con le sue colleghe ed amiche a dare qualità a ciò che si produce, indifferentemente dal contesto applicativo o dal prodotto finale. Dando questo tipo di definizione all’importanza che ha per lei il lavoro si nota come il valore che lei gli attribuisce è intriso anche di una considerazione legata a riflessioni precedenti forse ancora più radicate, per cui per lei la relazione ha importanza in quanto “donna”, riconoscendo quindi questo attributo (la preponderanza della relazione sugli stessi contenuti) come appartenente più alla sfera del genere femminile, che a quella maschile. Pepita quindi attraverso la narrazione torna a riflettere sugli aspetti per lei significativi, sui quali si interroga da sempre, cercando nuove attribuzioni di senso e risposte in un percorso aperto e dialogico con noi ma soprattutto con se stessa. “Gli schemi di attribuzione di significato sono il risultato di un processo di acculturazione (Callari-Galli, 1992); processo che consente ai soggetti di sentirsi parte di una determinata cultura. Essi sono, al tempo stesso, la risultante del percorso storico-biografico (Schuerch, 2006, p. 27). Col manifestarsi di un vero e proprio processo riflessivo (Schoen, 1993; Deitering, 1995) in atto la stessa narratrice tocca in più punti del suo narrato l’importanza che lei attribuisce all’interno del suo lavoro alla dimensione della co-costruzione ad esempio nella realizzazione del Percorso Arianna:


CO-COSTRUZIONE “Dove Guliana ha portato l’idea di promuovere una formazione un percorso, più che altro una formazione formativa utilizzando la piattaforma e da lì tutto ha cominciato a crearsi, quindi la microimprenditorialità, come agire per arrivare lì, quali competenze. Per cui c’è stato un gran costruire per costruire...eh, davvero metter sul tappeto tutte le nostre idee riguardo a, per esempio, la microimprenditorialità, a cosa vuol dire competenze, a cosa vuol dire un linguaggio femminile, cosa...ecco ed è stato interessante proprio questo processo di quasi quasi spezzettare tutto per poi ricostruirlo e vedere che le cose crescevano (...). In questo senso anche la difficoltà è un’occasione - prima hai citato la parola della co-costruzione - ma è proprio co-costruire. Perché è vero, che spesso noi ci accorgiamo che quando progettiamo, che alcune idee che escono sono il frutto non tanto il frutto di Paola Giuliana o mia ma sono il frutto della collaborazione di tutte e tre: cioè un’idea fa scattare un’idea a un’altra che fa scattare un’idea a un’altra che fa scattare ...fin quando a un certo punto tutte e tre condividiamo che quello che è uscito è la proposta giusta eeeee tutte e tre alla fine ci guardiamo con quella soddisfazione del sapere: ‘Ecco quest’idea fossi stata lì non mi sarebbe venuta oppure mi sarebbe venuta ma non con quelle sfumature quell’entusiasmo!’ ”

Fin dalle prime righe dello spezzone selezionato emerge il concetto di “appropriazione partecipata” che si riferisce alla modalità in cui “l’individuo modifica il suo comportamento attraverso il suo coinvolgimento in una attività e attraverso il quale si prepara spesso allo svolgimento di attività diverse ma in relazione con la prima.(...) Invece di considerare l’appropriazione come un processo di internalizzazione nel quale qualcosa di statico è portato dall’esterno all’interno, si considera la partecipazione attiva come la pratica essenziale attraverso la quale si raggiunge la competenza nello svolgimento di una attività” (Zucchermaglio, 1996, p.71) Pepita riconosce nel gruppo una forte coesione, equilibrio, entusiasmo ed unità di intenti che portano le tre formatrici pur essendo molto diverse tra loro ad una co-costruzione di saperi ed esperienze delle quali ciascuna riconosce il merito in parti uguali, senza prevaricazioni. Nonostante la consapevolezza della forza che emerge da un gruppo solido e coeso Pepita ha anche voluto sottolineare che la sua sfera di affermazione personale non si limita entro il riconoscimento del team, delle colleghe e delle donne partecipanti ai progetti ma che è ben presente nella sua personalità l’aspetto individuale, che si consolida attraverso una serie di esperienze, non solo nel campo lavorativo ma anche in quello politico o sociale in senso lato. Tutti gli apprendimenti derivati dalle diverse esperienze sono dunque trasferibili da un contesto di applicazione ad un altro con una certa flessibilità.

Piccolo estratto di intervista....







..."Questo aspetto di chiarificazione è stato fondamentale perché le intervistate potessero avere la chiara percezione di presiedere un ruolo centrale e preponderante nel corso dell’intero sviluppo della propria personale narrazione, entro un clima rassicurante e di fiducia reciproca scaturito dal patto prestabilito tra narratrice ed intervistatrici. Abbiamo inoltre ricordato alle formatrici la loro possibilità di revisionare, commentare, modificare e perfino eliminare parti della trascrizione finale. Pepita, Giuliana e Paola sono state intervistate in quest’ordine e una alla volta in giorni diversi, venendo premunite di una scaletta indicativa del tipo di domande poste. Fin da subito noi intervistatrici ci siamo rese conto dell’importanza della comunicazione che da formale è diventata sempre più colloquiale man mano che si instaurava un rapporto di maggiore confidenza ed apertura e dell’impegno nel mantenere una relazione ben curata ed attenta anche a distanza (come scrivere le mail, tenere conto dei loro suggerimenti, degli appuntamenti e delle rispettive disponibilità per la realizzazione delle interviste nelle modalità più confacenti per entrambe le parti, mantenendo sempre vivo l’entusiasmo ed il feedback reciproco). Un altro elemento fondamentale è stata la scelta del setting: Pepita e Giuliana hanno preferito farsi intervistare nel loro ufficio al LIFI in una saletta riunioni appartata e silenziosa mentre Paola non avendo quel giorno la possibilità di accedere alla stessa stanza, ha preferito farsi intervistare nel giardino dell’Università lì vicino. In entrambi i casi è interessante notare che le formatrici hanno prediletto un luogo per l’intervista a loro molto familiare e lontano da orecchie indiscrete e che ciò ha poi molto favorito l’apertura alla narrazione del loro vissuto. Le domande a loro poste, preventivamente selezionate dalle ricercatrici prendendo come riferimento teorico il testo di Atkinson, sono state di questo tipo:
  • -  Chi sei e come ti vedi in questo periodo della tua vita all’interno del tuo ambito lavorativo?
  • -  Che cosa conta per te nel lavoro?
  • -  In relazione a Percorso Arianna, quali erano le tue aspettative prima di questa 
    esperienza, quali si sono realizzate e cosa continua a darti nel tuo vissuto 
    personale? 
  • -  Ti senti una persona diversa rispetto a prima di cominciare questa 
    esperienza? Se sei cambiata, racconta in che modo e se questa esperienza ti ha dato qualcosa in più. 
    Ad ogni modo, avendo voluto mantenere il più possibile la narrazione delle formatrici libera di fluire, pur toccando tutti i punti da noi ritenuti i più importanti, sono emerse durante la narrazione anche altre domande poste in maniera spontanea, sentendoci sempre più coinvolte dall’esplicitazione del vissuto delle protagoniste, che ovviamente non potevano essere previste. Il nostro ruolo era infatti stato messo ben in chiaro: 
  • -  Lasciarle libere di esprimersi, porci quindi in una posizione di ascolto attivo;
  • -  Fare da contenitore della loro narrazione e contenerle per evitare divagazioni;
  • -  Aiutarle a focalizzare e sviluppare certi punti di riflessione nel loro emergere;
  • -  Procedere ad una significativa co-costruzione del sapere assieme alle nostre 
    protagoniste, attraverso la narrazione e la metariflessione. 
page6image18112
  • -  Fungere da specchio alle loro riflessioni, permettendo loro di riflettere attraverso un punto di vista esterno (principio di realtà) anche sui non detti o sulle parti in ombra dei racconti personali.
  • Renderle consapevoli della loro centralità anche nelle successive fasi di stesura ed interpretazione delle interviste narrative, con una continuativa richiesta di feedback e riscontro/opposizione negli aspetti da noi evidenziati come possibile zona prossimale di sviluppo. 
    Nel prossimo capitolo presenteremo brevemente il Percorso Arianna, i suoi obbiettivi le varie tappe che lo compongono e le formatrici Giuliana, Pepita e Paola che contribuiscono al suo svolgimento. In seguito, avvieremo la parte interpretativa di questo lavoro con l’intenzionalità di far emergere dalle interviste alcuni elementi teorici trattati durante il corso, come il processo riflessivo, l’aspetto del transfert, il sentimento di autoefficacia, l’importanza del cambiamento e il potenziale di apprendimento."... 

lunedì 26 agosto 2013

Alcune precisazioni...





Per meglio comprendere cosa si intende per intervista narrativa vogliamo definire prima di tutto in cosa consiste il materiale che tale intervista permette di raccogliere. Guardando alla letteratura che utilizza un approccio di tipo narrativo cominciamo ad individuare tre principali tipologie di materiali di ricerca (Atkinson, 2002):
- La story, un breve racconto in prima persona in cui un individuo racconta un’esperienza della sua vita in relazione ad uno specifico tema prestabilito dal ricercatore. La life story, la storia di vita del singolo che narra la propria esperienza lungo tutto l’arco della sua esistenza o un periodo significativo di essa.
-La history, la cronaca, un racconto non più in prima persona ma in terza in cui il ricercatore racconta l’esperienza di un individuo utilizzando le proprie parole.
Ciascuna produzione di questi materiali presenta “una modalità di scambio dialogico alla base tra il ricercatore ed il soggetto che ha vissuto l’esperienza che può essere definita intervista narrativa” (ivi, p. X), intesa come un “colloquio finalizzato alla raccolta di storie” (ibid.). In quest’ambito vediamo il ricercatore nel ruolo dell’intervistatore ed il soggetto nel ruolo di intervistato.
Rispetto alle consuetudinarie tecniche di osservazione dell’individuo, l’intervista narrativa evidenzia una sua particolare peculiarità, sfuggendo alla “tradizionale classificazione delle modalità di conduzione dei colloqui” (Atkinson, 2002, p. XI), che pone una distinzione tra intervista strutturata, ed è inoltre caratterizzata da tre aspetti principali:
1. Il ruolo attivo dell’intervistatore, che sceglie quando e come intervenire a sostegno del racconto con sollecitazioni che mirano di volta in volta a focalizzare, approfondire, amplificare il discorso. L’intervistatore non ha un ruolo neutro ma partecipa alla costruzione del materiale di ricerca in modo consapevole per migliorarne la qualità e non stravolgere allo stesso tempo il contenuto (Atkinson, 2002).
2. La durata dell’interazione, che richiede un tempo variabile in genere tra mezza giornata e tre giornate in cui l’intervistato attinge alle proprie memorie in modo approfondito con la possibilità di tornare sui suoi pensieri, di modificare la versione dei fatti ed integrarla con nuovi elementi ma anche di divagare, creare collegamenti a piacere o stare semplicemente in silenzio (ibid.).
3. La definizione del formato del materiale atteso dall’intervistatore, che rende esplicita la consegna all’intervistato di raccontare episodi della propria esperienza che considera significativi in riferimento all’oggetto di ricerca. 

venerdì 9 agosto 2013

L'interpretazione

Così come l'intervista non si riduce al semplice azionamento del registratore, l'interpretazione dell'intervista non si riduce assolutamente alla sua trasposizione in forma scritta. Il fine ultimo dell'indagine in forma scritta.. Il fine ultimo dell'indagine in forma narrativa sulla vita umana è l'interpretazione e l'esperienza;ma si tratta di un discorso complesso, perchè sia l'interpretazione che l'esperienza sono termini fortemente relativi. Dunque è la soggettività che domina il processo di narrazione autobiografica: una ricerca di significato attraverso l'interpretazione, che si contrappone agli approcci della sperimentazione scientifica, la cui finalità è di scoprire delle leggi. L'interpretazione concerne essenzialmente il significato e la validità, ma c'è una complicazione: il significato e la validità della narrazione autobiografica non sono necessariamente gli stessi per il narratore e per colui che ha raccolto l'intervista.

domenica 7 luglio 2013

La trascrizione

Il nastro che avete appena registrato costituisce il documento-base del progetto, ma quando rientrate dal campo è ancora ben lontano dall'essere utilizzabile. Trasformare ore e ore di registrazione, che costituiscono una massa complessa di dati disorganici, in una narrazione leggibile -il documento secondario- che oltre ad avere una sua organicità risulti anche interessante e gradevole da leggere, è un compito molto difficile. Ma la buona notizia è che tutto ciò che vi occorre per fare questo delicato lavoro è già presente sulla cassetta registrata.
 La parte più dispendiosa in termini di tempo dell'intero processo è la trascrizione. Avete già premesso a ogni brano una breve introduzione, che identifica l'intervistato  e specifica la data e il luogo dell'intervista, e avete etichettato i due lati della cassetta. Potete iniziare la fase di post-intervista riprendendo familiarità con le cassette e facendo un sommario scritto dei contenuti delle cassette che avete utilizzato. Alcuni progetti comportano una trascrizione integrale, altri si limitano a una sintesi schematica, altri ancora propongono una scheda riassuntiva che dovrebbe indurre i ricercatori ad ascoltare il nastro e a farsi una loro trascrizione. Il testo più leggibile in assoluto è digitato co interlinea doppia, scorre bene e utilizza una struttura lessicale e grammaticale ineccepibile. Il vostro compito è raccontare la vicenda dell'intervistato con le sue parole, cercando di ottimizzare la punteggiatura e la struttura dei paragrafi. La pronuncia e l'uso delle forme dialettali possono rappresentare un problema, ma la soluzione più semplice consiste probabilmente nell'impiegare lo spelling standard per le parole  usate dall'intervistato, anziché trascriverle così come suonano.

venerdì 5 luglio 2013

Dimostratevi grati!.

Al termine di ciascuna sessione d'intervista, fate in modo che il vostro interlocutore sappia che apprezzate come un dono prezioso quello che vi ha offerto. Spiegategli che quella sua testimonianza sarà preziosa anche per altri. E non dimenticate di ringraziarlo. Alla fine di una sessione di registrazione, quando avrete acquisito altri elementi che verranno a completare la vostra intervista, potreste proporre all'intervistato di ascoltare la cassetta. Un'iniziativa di questo genere è motivata da due ottime ragioni: (a) contribuirà a creare un rapporto di fiducia tra voi, e (b) creerà anche un maggior senso di privacy e di confidenzialità. Se chiederete all'intervistato di conservare la cassetta in un posto sicuro fino al termine dell'intervista, metterete in chiaro che nessun altro potrà ascoltare le registrazioni fin quando il vostro interlocutore non deciderà diversamente. E' opportuno precisare che le cassette appartengono anzitutto all'intervistato e che solo lui potrà autorizzarne l'ascolto da parte di terzi. Queste rassicurazioni lo metteranno anche in condizione di riascoltare il nastro, se lo vorrà. Al termine dell'intera intervista potreste scrivergli una lettera di apprezzamento.